Ero arrivata in classe forse un poco in ritardo, ma c’era un particolare: lei era senza cartella. Questo faceva pensare che fosse li proprio perché voleva esserci. Il vederla arrivare impreparata in quella circostanza, non so come mai, non mi aveva destato troppo stupore, quasi come se presentissi che forse, per quel giorno, era giusto così. 
ora c’è una parte, che a pensarci mi vergogno sempre, e sempre tanto
Io come tutor, dovevo segnare la data della lezione e le presenze, la mia e la sua. Come al solito non ricordavo la data e la chiedo a lei. Lei mi risponde con cortesia e la stessa vivacità di sempre, e io annoto. mi soffermo sulla pagina di registro e osservo le poche date in cui ci eravamo viste, ma la cosa che a distanza di tempo ancora mi fa salire un nodo alla gola è vedere che l’ultima data annotata risaliva a un mese fa. il registro delle assenze e delle presenze segnalava nero su bianco il fatto che io, per un mese non c’ero stata, che l’assenza era stata mia, che in qualche modo non avevo dato quello che avevo: il mio tempo per lei.

Ero arrivata in classe forse un poco in ritardo, ma c’era un particolare: lei era senza cartella. Questo faceva pensare che fosse li proprio perché voleva esserci. Il vederla arrivare impreparata in quella circostanza, non so come mai, non mi aveva destato troppo stupore, quasi come se presentissi che forse, per quel giorno, era giusto così. 

ora c’è una parte, che a pensarci mi vergogno sempre, e sempre tanto

Io come tutor, dovevo segnare la data della lezione e le presenze, la mia e la sua. Come al solito non ricordavo la data e la chiedo a lei. Lei mi risponde con cortesia e la stessa vivacità di sempre, e io annoto. mi soffermo sulla pagina di registro e osservo le poche date in cui ci eravamo viste, ma la cosa che a distanza di tempo ancora mi fa salire un nodo alla gola è vedere che l’ultima data annotata risaliva a un mese fa. il registro delle assenze e delle presenze segnalava nero su bianco il fatto che io, per un mese non c’ero stata, che l’assenza era stata mia, che in qualche modo non avevo dato quello che avevo: il mio tempo per lei.

Non sapeva bene cosa scrivere, ma aveva voglia di farlo. Aveva voglia di scrivere su ogni momento della sua dolce vita, anche se sempre dolce non lo era stata. Certo, aveva riso, giocato, scherzato, gioito. Ma aveva anche pianto, urlato, sbattuto pugni contro le porte e stretto le mani tra i capelli. Non era facile -si era detta- vivere. E forse non aveva nemmeno cominciato a farlo davvero.

Non sapeva bene cosa scrivere, ma aveva voglia di farlo. Aveva voglia di scrivere su ogni momento della sua dolce vita, anche se sempre dolce non lo era stata. Certo, aveva riso, giocato, scherzato, gioito. Ma aveva anche pianto, urlato, sbattuto pugni contro le porte e stretto le mani tra i capelli. Non era facile -si era detta- vivere. E forse non aveva nemmeno cominciato a farlo davvero.

Mi avrebbe seguita, ovunque fossi diretta.

Mi avrebbe seguita, ovunque fossi diretta.

CAN I HAVE ANSWERS?

Aspettiamo sempre una risposta, può essere una risposta qualsiasi ma la vogliamo, la pretendiamo. Spesso e volentieri non riusciamo a capire che l’importante non è riuscire ad ottenerla ma avere il coraggio di domandare.

Facile partire ma difficile tornare

Probabilmente sapevano che una volta tornate, nulla sarebbe stato come prima. Erano cambiate troppo le condizioni della loro vita,  i punti cardine insomma, le certezze erano state capovolte: con queste premesse il cambiamento fu inevitabile. Presentivano che la loro solita vita, fatta di monotonia e abitudini non sarebbe più bastata a farle sentire vive, perché ormai volevano solo più vivere di forti sensazioni, di colori sgargianti e cieli infiniti; perché tutto era migliore la, in quel posto in cui il cielo era meraviglioso, in cui le luci non erano mai spente, in quel posto dove avevano cominciato a vivere davvero.

It’s a long long night, it’s a long long time, it’s a long long roads.

Era stata l’esperienza più bella della loro vita. Scappate dal (loro) mondo avevano deciso di fare una pazzia per divertirsi, per dare un tono alle loro piccole ed innocenti vite. E’ una lunga storia da raccontare, una lezione di vita durata cinque giorni, cinque giorni di sveglia all’alba, di duro lavoro, di stanchezza e dedizione. Ma non solo: furono giorni di libertà, di meravigliosi panorami, di speranza, di voglia di cambiare il mondo che si intrecciava e fioriva pian piano nelle dolci e premature menti di cento giovani ragazzi. Per la prima volta nella loro vita capirono che la cosa importante non era tanto il “cosa” ma il “perchè” lo stavano facendo. Cercare l’umiltà nel volto di un mondo che di umiltà non ne aveva abbastanza, cercare la serenità, la voglia di vivere una vita che ci riempie di occasioni che non sappiamo cogliere, cercare di aiutare chi la fortuna non sa nemmeno cosa sia e cercare l’aiuto in chi ha capito tutto questo prima di noi. Fu un’esperienza che lasciava spazio ai sorrisi, agli occhi pieni di lacrime con l’ascolto delle testimonianze serali e anche agli amori. Amori che nascevano diversi. Amori che non cominciavano con la violenza di un bacio o con un colpo di fulmine. Erano semplicemente diversi: fiorivano dopo una canzone intonata insieme sotto la base di una flebile chitarra, con una mano che si sfiorava con la raccolta delle arance, con uno sguardo lontano capace di attraversare i lunghi tavoli della cena, con il racconto di ideali e i dibattiti sui sogni, con l’abbagliante luminosità delle stelle. I baci sì, sanno coronare una passione, sono capaci di travolgerti di darti più certezze, ma dopo cinque giorni così finisci per avere la consapevolezza che uno “schiocco di labbra” sarebbe stato superfluo, che quelle parole, quegli sguardi, quei sorrisi hanno rimpiazzato duemila dei soliti, inutili baci.

Caro 2013 che stai finendo,
c’è chi si augura che tu finisca in fretta per stappare la bottiglia che darà inizio all’anno nuovo. Pieni di speranze e voglia di ripartire sono le persone che tutti gli anni si riuniscono con amici per giocare a tombola o per bere quel goccetto in più. Le ragazze con le mutandine rosse che augurano alla propria chiappa un “good luck” inciso in oro e pailettes e i ragazzi che in giacca e cravatta girano per le tavernette con ai piedi ridicole babbucce a forma di renna, ballano a ritmo delle hit del momento. C’è chi, non sapendo cosa fare, accende internet e si diverte a vedere su chatroulette come il mondo vive il capodanno. Ci sono i “soliti” genitori che passano l’intero pomeriggio a sbizzarrirsi per preparare il piatto migliore da sfoderare durante il cenone con gli amici e i figli piccoli che se la dormono da prima del brindisi. C’è anche chi lavora. C’è chi sta male e chi probabilmente non si cura del fatto che sia l’ultimo dell’anno. C’è chi scrive pensierini numerati su come sarà l’anno nuovo e chi pensa buoni propositi. C’è chi si trova su un’ambulanza e chi vive una realtà diversa da chi brinda e ride durante l’intera notte.
Ma, alla fine, è l’inizio di un (nuovo) anno per tutti.

Caro 2013 che stai finendo,

c’è chi si augura che tu finisca in fretta per stappare la bottiglia che darà inizio all’anno nuovo. Pieni di speranze e voglia di ripartire sono le persone che tutti gli anni si riuniscono con amici per giocare a tombola o per bere quel goccetto in più. Le ragazze con le mutandine rosse che augurano alla propria chiappa un “good luck” inciso in oro e pailettes e i ragazzi che in giacca e cravatta girano per le tavernette con ai piedi ridicole babbucce a forma di renna, ballano a ritmo delle hit del momento. C’è chi, non sapendo cosa fare, accende internet e si diverte a vedere su chatroulette come il mondo vive il capodanno. Ci sono i “soliti” genitori che passano l’intero pomeriggio a sbizzarrirsi per preparare il piatto migliore da sfoderare durante il cenone con gli amici e i figli piccoli che se la dormono da prima del brindisi. C’è anche chi lavora. C’è chi sta male e chi probabilmente non si cura del fatto che sia l’ultimo dell’anno. C’è chi scrive pensierini numerati su come sarà l’anno nuovo e chi pensa buoni propositi. C’è chi si trova su un’ambulanza e chi vive una realtà diversa da chi brinda e ride durante l’intera notte.

Ma, alla fine, è l’inizio di un (nuovo) anno per tutti.

Equilibrio.

In bilico tra santi e falsi dei, sorretto da un’insensensata voglia di equilibrio…

Ma cosa credi che rimarrà di noi su questa terra? Forse rimarranno le foto digitali o forse le chiavette USB o magari i film in 3D, o gli account di facebook oppure le caselle di posta elettronica, o ancora tutti i file di word o tutti gli e-book che un Kindle possa contenere? NO, io credo che rimarranno ancora le pitture rupestri e Stonehenge. 

Ma cosa credi che rimarrà di noi su questa terra? Forse rimarranno le foto digitali o forse le chiavette USB o magari i film in 3D, o gli account di facebook oppure le caselle di posta elettronica, o ancora tutti i file di word o tutti gli e-book che un Kindle possa contenere? NO, io credo che rimarranno ancora le pitture rupestri e Stonehenge. 

Il Belpaese.

Siamo il paese delle ambiguità. Siamo un paese che non ha mai preso posizione. Siamo un paese digregato, lo vediamo dall’inizio dei tempi: siamo passati nelle mani di tutte le potenze. Siamo un paese che accetta chi non paga le tasse, che lo esalta come un eroe. Siamo il paese della mafia, del ricatto, del “tutto è dovuto”. Siamo un paese che quando è stato in guerra ha scelto la parte sbagliata e quando se n’è accorto ha avuto la faccia tosta di cambiare. Siamo uno dei paesi che questa guerra l’aveva pure vinta, ma che ha visto gli sconfitti rialzarsi molto prima, nonostante fossero stati rasi al suolo. Siamo un paese che sta nel g8 ma che forse sa stare solo su Canale5. Siamo un paese schernito da tutti. Siamo un paese che alle elezioni non stupisce mai nessuno.

Ma siamo anche il paese della pizza. Siamo il paese che è dotato di più della metà di patrimonio artistico del mondo. Ci hanno abitato i romani, il più grande impero mai esistito sulla terra. I grandi imperi hanno sempre scelto noi come paese su cui costruire le loro reggie. Siamo il paese più ambito per girare un film. Siamo il paese, l’unico paese, che potrebbe vivere solo di turismo. Siamo il paese con il mare piu bello dei Caraibi, con le montagne poco male e le pianure più suggestive. Sappiamo fare il vino, il formaggio e abbiamo delle coltivazioni di agrumi immense. Abbiamo inventato la prima sede dell’automobile, siamo stati scenario di innovazioni, cambiamenti e invenzioni. Abbiamo fatto nascere Dante, Manzoni e Ariosto. Abbiamo le scuole migliori. Il cibo migliore. I posti migliori. Ci chiamavano Belpaese e adesso rischiamo che di Belpaese resti solo il formaggio.